Varese: I flashback di Dionigi, il prof recensisce Inzaghi

Magnifica analisi del libro di Matteo Inzaghi sul cinema anni Ottanta. A firmarla, l’ex Rettore Renzo Dionigi

Un'analisi attenta, approfondita, particolareggiata, densa di risvolti, ricordi, spunti e di dettagli che solo un osservatore colto e attento sa proporre.
È l'articolo che Renzo Dionigi dedica a "Flashback", l'ultimo libro di Matteo Inzaghi, giornalista, docente, direttore della testata giornalistica di Rete55, nonché storico del Cinema.
Il volume, recentemente presentato a Roma, nella sala stampa di Montecitorio, oltre che al Museo Bagatti Valsecchi di Milano e in diverse location del varesott, ha vissuto un'intensa serata a Luvinate, grazie all'evento organizzato dal Rotary Varese, club che vede tra i suoi soci diversi personaggi di spicci, compreso Dionigi, medico, chirurgo di chiara fama, nonché cofondatore e primo, storico Rettore dell'Università dell'Insubria.

La recensione

"Non sono un critico cinematografico, né un esperto di cinema. L’ultima volta che ho varcato la soglia di una sala è stato, con ogni probabilità, proprio negli anni Ottanta, il decennio di cui parla questo libro. Il che rende la mia posizione di lettore curiosamente privilegiata e del tutto priva di pretese accademiche.

C’è però qualcosa che mi autorizza, almeno in parte, a ragionare su quell’epoca e su ciò che ha rappresentato: ho vissuto in America per diversi anni, prima a Cincinnati (Ohio), poi a Boston, dove sono rimasto fino al 2019. Ho respirato quella cultura dall’interno, ho conosciuto le sue contraddizioni quotidiane, ho visto da vicino come gli americani raccontano sé stessi, e come a volte preferiscono non farlo. È da questo punto di osservazione, quello di un testimone laico, non di uno studioso, che ho letto Flashback di Matteo Inzaghi. E devo dire che ne sono uscito con qualcosa di più di un semplice ricordo.

Di quegli anni conservo memorie cinematografiche precise, anche se sporadiche. Ricordo di aver portato all’Odeon di Milano i miei primi due figli — di otto e dieci anni — a vedere E.T. l’extra-terrestre di Steven Spielberg, nel 1982: uno di quei film che non si dimentica, non perché fosse bello, ma perché era necessario. Dalla lunga lista di pellicole che Inzaghi cita nel libro, riconosco di averne viste alcune: Indiana Jones e il Tempio Maledetto (1984), ancora Spielberg; La mia Africa di Sydney Pollack (1985), che rimane per me uno dei film più eleganti di quel decennio; e un Rambo, anche se non saprei dire quale dei tanti. Abbastanza, credo, per sentirmi parte di quella stagione cinematografica, almeno come spettatore occasionale

C’è un momento, nella vita di chi è cresciuto negli anni Ottanta, in cui basta una vecchia canzone alla radio, l’immagine sfocata di un jukebox o il ricordo di una serata al cinema per far riaffiorare immagini nitide e potenti. Il cinema di quel decennio ha lasciato un’impronta che il tempo non ha sbiadito. Ma perché? E cosa c’era davvero dietro quelle immagini, dietro quegli eroi muscolosi e quelle colonne sonore fragorose? È la domanda da cui parte Flashback, il terzo, credo, libro di Matteo Inzaghi, giornalista, direttore di Rete55 e docente all’Università dell'Insubria, pubblicato da Edizioni De Piante.

La risposta che Inzaghi costruisce, pagina dopo pagina, va ben oltre la nostalgia. Il cinema degli anni Ottanta, sostiene l’autore, non era semplice intrattenimento: era un linguaggio attraverso cui l’America elaborava i propri traumi, ridefiniva la propria identità e proiettava nel mondo una visione di sé. In quelle pellicole convergevano politica, moda, musica, letteratura, tecnologia: tutto il frastuono di un decennio che aveva ancora nelle orecchie le sconfitte degli anni Settanta e cercava disperatamente nuovi miti a cui aggrapparsi.

La figura di Ronald Reagan è, in questo senso, imprescindibile. Ex attore hollywoodiano diventato presidente, Reagan capì prima di chiunque altro il potere dell’immagine cinematografica sull’immaginario collettivo. Inzaghi ne traccia il ruolo con lucidità: fu Reagan a inaugurare una stagione di simboli — la riscossa, la frontiera, l’eroe solitario — concetti che il cinema recepì, amplificò e in alcuni casi seppe anche mettere in discussione. Scrive Inzaghi:

«… il presidente Ronald Reagan ispira e, nello stesso tempo, rispecchia i nuovi canoni di linguaggio e di raffigurazione del presente…»

Ed è proprio questo il cuore più originale del libro: la dialettica. Inzaghi non ci offre un catalogo celebrativo, ma una mappa di contrapposizioni. Rambo 2 contro Platoon, Top Gun contro Full Metal Jacket, Rocky IV contro Toro Scatenato: stessi contesti, narrazioni opposte. Da una parte il cinema del trionfo, della rivincita, del muscolo americano che si rialza. Dall’altra lo sguardo critico, inquieto, capace di mostrare le crepe nel mito. In questa tensione irrisolta sta, per l’autore, tutta la complessità di un decennio che non fu mai così semplice come la sua estetica vorrebbe far credere.

L’analisi si estende a centinaia di film, ma anche a serie televisive e a figure di autori che attraversano il decennio lasciando segni profondi: Scorsese, De Palma, Oliver Stone, Ridley Scott, Spielberg, Kubrick, Lynch. Ciascuno porta nel proprio cinema un pezzo di quel tempo, lo interroga, lo trasforma. E il libro di Inzaghi sa muoversi tra questi mondi con competenza autentica, senza mai scadere nel tecnicismo né cedere alla tentazione della semplificazione.

Uno dei meriti principali di Flashback è proprio questo: rendere accessibili temi complessi senza sacrificarne la profondità. Lo stile è fluido, appassionato, a tratti dichiaratamente personale, e questa trasparenza è un punto di forza, perché il lettore sente di essere guidato da qualcuno che ama davvero il cinema, non da un trattatista distaccato. La prefazione di Marcello Foa, che inquadra il contesto storico-politico del decennio, rafforza ulteriormente la coerenza dell’impianto critico e aiuta anche chi non era ancora nato in quegli anni a orientarsi.

Ho avuto la fortuna di essere presente a una recente conviviale del Rotary Club Varese, alla presentazione che Inzaghi ha fatto del suo Flashback: dotta, coinvolgente, capace di tenere la sala in una attenzione che raramente si vede. È stata un’occasione per riflettere, più che sul libro in sé, su qualcosa di più grande: il potere del cinema sulle opinioni e sulle percezioni del grande pubblico. L’autore riesce a convincerci — con argomenti solidi e una narrazione avvincente — che il cinema non solo ha accompagnato il suo tempo, ma lo ha plasmato, interferendo con i cuori e le menti dei popoli in modo più profondo di quanto avvenga oggi. Forse è proprio questo il lascito più importante di quegli anni: non i film in sé, ma la capacità che avevano di orientare lo sguardo collettivo.

Vale la pena sottolineare, infine, che Flashback non è un libro chiuso nel passato. Il suo sguardo è retrospettivo ma la sua domanda è attuale: perché gli anni Ottanta continuano ancora oggi a parlarci? Perché quelle immagini — da Blade Runner a Terminator, da E.T. a Scarface — tornano ciclicamente nell’immaginario contemporaneo, vengono campionate, rilanciate, rimpiante? La risposta implicita che il libro offre è che quel cinema aveva intuito qualcosa di duraturo sul rapporto tra l’America e il mondo, tra tecnologia e umanità, tra potere e individuo. E che capire quegli anni significa, in qualche misura, capire anche il presente.

Flashback è un libro per cinefili, certo, ma anche per chiunque voglia capire come una società racconta sé stessa attraverso le storie che sceglie di mettere sullo schermo. Un’opera densa, appassionante, che invita a guardare i vecchi film con occhi nuovi.

Leggere il sottotitolo — Il cinema americano come riflesso politico-culturale — lascia aperta una finestra sul presente senza mai nominarla esplicitamente. Un autore come Inzaghi, giornalista attento all’attualità, non può non essere consapevole che scrivere oggi degli anni Ottanta americani significa inevitabilmente evocare per contrasto ciò che l’America è diventata, o sta diventando, nel 2025-2026.

Ci sono alcuni indizi che rendono il sospetto legittimo. La scelta delle ‘contrapposizioni’ come metodo critico ricorda molto il dibattito pubblico contemporaneo, in cui la società americana appare spaccata in due narrazioni inconciliabili, esattamente come lo erano Top Gun e Full Metal Jacket: l’analogia non sembra casuale. Il fatto che quegli anni fossero l’era Reagan — presidente-attore, comunicatore di simboli, padre del populismo conservatore moderno — rende il parallelo con Trump quasi inevitabile per il lettore attento, anche se Inzaghi, giustamente, non lo pronuncia mai. E l’insistenza sul cinema come strumento di elaborazione del trauma (il Vietnam allora, le divisioni profonde oggi) suggerisce che la riflessione sull’epoca passata serva implicitamente a capire come le società usino la cultura per fare i conti con sé stesse nei momenti di crisi.

Inzaghi non cita mai il presente, eppure il presente è lì, tra le righe, a fare da specchio inquieto al passato.

Renzo Dionigi"

 

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