Meo Sacchetti ha annunciato il ritiro dal basket. Lo ha fatto al termine dell’esperienza sulla panchina di Montecatini, chiudendo una carriera lunga oltre cinquant’anni tra parquet e panchine, diventata una delle più importanti della storia della pallacanestro italiana.
Per Varese, però, Sacchetti non è stato soltanto un grande allenatore o l’ex commissario tecnico della Nazionale. È stato soprattutto uno dei simboli della pallacanestro biancorossa negli anni Ottanta. Arrivato a Masnago nel 1984, diventò presto un riferimento tecnico e carismatico della squadra. Con la maglia di Varese ha chiuso la carriera da giocatore, lasciando il segno grazie alla sua intelligenza cestistica e al tiro micidiale. Un’esperienza emozionante quanto, in certi versi, sfortunata: basti pensare al grave infortunio al legamento crociato che lo costrinse ad alzare bandiera bianca durante Gara 2 della finale scudetto con Pesaro del 1990, una vera e propria sliding door che portò poi la squadra marchigiana a conquistare il secondo tricolore della loro storia.
In azzurro ha conquistato l’argento olimpico a Mosca 1980 e l’oro europeo del 1983, mentre da allenatore ha scritto pagine memorabili soprattutto a Sassari, guidata alla storica tripletta del 2015 tra Scudetto, Coppa Italia e Supercoppa, venendo eletto allenatore dell’anno nel 2012 e poi ancora nel 2019, quest’ultima volta alla guida della Vanoli Cremona. Ora l’addio definitivo. E per chi ha vissuto il basket varesino di quegli anni, se ne va molto più di un allenatore: esce di scena un pezzo di storia della pallacanestro italiana.






