(Adnkronos) -
Un "regime change" imposto dall'esterno, sul modello Venezuela, resta una delle opzioni strategiche che Washington mantiene aperte nei confronti dell'Iran. Lo sottolinea in un'intervista all'Adnkronos Afifeh Abedi, analista del Centro di studi strategici di Teheran, secondo cui Washington non ha mai realmente abbandonato questa opzione, pur non essendo finora mai riuscita a metterla in pratica. "Si tratta da sempre di uno degli scenari preferiti degli Stati Uniti nell'ambito delle politiche di regime change verso l'Iran", afferma Abedi, richiamando precedenti storici "a partire dalla rimozione forzata di Reza Shah Pahlavi nel settembre del 1941". Secondo l'analista, i tentativi diretti di intervento militare nella Repubblica islamica dimostrano i limiti di Washington. "E' utile ricordare l'operazione Eagle Claw del 1980 (per salvare i 52 ostaggi nell'ambasciata di Teheran, ndr), che si concluse con un fallimento umiliante, mettendo in luce i rischi e le difficoltà enormi di qualsiasi intervento militare sul territorio iraniano". Il mancato successo finora degli Stati Uniti nell'imporre uno scenario analogo a quello che ha portato alla cattura di Nicolas Maduro, sottolinea Abedi, "non deve essere letto come una rinuncia all'obiettivo, ma come l'espressione dei limiti di Washington nel tradurlo in azione nelle attuali condizioni". "L'Iran non è il Venezuela", insiste l'esperta, evidenziando come Teheran disponga "di un ampio ventaglio di strumenti militari, politici e sociali in grado di imporre costi elevati e multidimensionali ai propri avversari, in particolare agli Stati Uniti e a Israele". Un'eventuale forzatura, avverte, avrebbe "conseguenze di sicurezza enormi e di lungo periodo per Washington". Quanto al rischio di un nuovo conflitto diretto tra i due Paesi, Abedi sostiene che a Teheran "c'è la certezza che gli Stati Uniti mantengano una seria intenzione di ricorrere all'azione militare", anche se la sua attuazione è frenata "dalle realtà geopolitiche e dagli altissimi costi strategici". Per questo motivo, la minaccia americana, ribadita da Donald Trump nei giorni scorsi mentre commentava le proteste antigovernative, viene considerata "reale e credibile" e l'apparato di difesa iraniano è "pienamente preparato e costantemente rafforzato per scoraggiare qualsiasi tipo di pressione militare". L'analista analizza infine le recenti proteste in Iran, respingendo l'idea che possano incoraggiare un intervento esterno. "Vanno lette nel contesto della pressione economica sistematica e delle sanzioni disumane imposte dagli Stati Uniti", spiega. A suo giudizio, alcune manifestazioni sono state "accompagnate da provocazioni e sostegni diretti di attori esterni, inclusi Stati Uniti e Israele". A dimostrazione della "falsità" del sostegno americano ai manifestanti, Abedi cita l'ammissione di Donald Trump di aver autorizzato, alla vigilia di un round negoziale sul nucleare, "un attacco israeliano contro l'Iran che ha causato la morte di oltre mille civili innocenti, tra cui donne e bambini". Un fatto che, conclude, "mostra chiaramente la distanza tra le dichiarazioni di Washington e le sue azioni concrete".
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Iran, analista Teheran: "Scenario Venezuela resta opzione preferita Usa"
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Redazione Rete55
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