(Adnkronos) - C’è un equivoco di fondo nel modo in cui l’Europa guarda al rapporto con la Cina. Il nuovo paper dell’European Council on Foreign Relations, “Beijing Hold’em”, lo mette in discussione: l’Unione non è priva di strumenti, ma non sa usarli. Da anni Bruxelles punta sul “de-risking”: ridurre le dipendenze, diversificare le forniture, rafforzare la resilienza. Ma questa strategia, da sola, non basta più. Nel frattempo Pechino ha fatto un salto di qualità, trasformando la pressione economica in uno strumento strutturato di politica estera, con controlli alle esportazioni, sanzioni e blacklist. Il risultato è uno squilibrio crescente. L’Europa reagisce, ma raramente anticipa. Negozia, ma spesso da una posizione di debolezza. Il paper propone un cambio di paradigma: passare dalla resilienza alla deterrenza. In altre parole, costruire una strategia che renda credibile la capacità europea di rispondere alla coercizione economica. Il principio è sintetizzato in una formula: “escalate to negotiate”.
Nell'intervista a Eurofocus, il portale sull'Europa di Adnkronos, Nina Schmelzer, coautrice del report insieme a Tobias Gehrke, spiega che non c'è più un momento da perdere. “La Cina ha formalizzato i suoi strumenti e oggi ha un vantaggio nell’escalation, soprattutto grazie ai minerali. Se l’Europa non reagisce, rischia di subire un vero potere di veto sulla transizione industriale e sulla difesa”. Il tema va oltre l’economia. Riguarda la capacità produttiva europea, la sicurezza e la competitività. Le catene di approvvigionamento – dalle terre rare ai componenti avanzati – sono diventate un terreno di confronto geopolitico. Secondo il paper, però, l’Europa non è solo vulnerabile. Ha anche leve significative: accesso al mercato unico, tecnologie chiave, infrastrutture, regolazione digitale. Alcune di queste leve restano poco discusse. “Le restrizioni all’export sono molto più potenti di quanto si pensi”, osserva Schmelzer. “In settori come l’aeronautica, dove l’Europa è leader, limitare componenti o manutenzione potrebbe avere un impatto rilevante sulla Cina”. Il problema è politico. Da un lato, una parte dell’industria europea è pronta a un approccio più duro. Dall’altro, settori come l’automotive restano legati ai vantaggi di breve periodo garantiti dalla Cina. Nel frattempo, la finestra si restringe. Alcuni comparti – come il solare – sono probabilmente già persi. Altri, come l’eolico o le batterie, possono ancora essere difesi. Il vero rischio è non decidere. Senza una strategia di deterrenza, l’Europa continuerà a oscillare tra due opzioni: accettare costi immediati oppure perdere capacità industriale nel medio periodo. Secondo Ecfr, il costo dell’inazione è il più alto.
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Redazione Rete55
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