Covid e inquinamento, lo studio dell’Insubria

Un'analisi condotta dal team di Giovanni Veronesi per l''università di Varese e Como associa all'incremento delle polveri sottili una maggiore esposizione al coronavirus: "Particolarmente a rischio le persone affette da patologie respiratorie legate allo smog"

All’’aumento di 1 microgrammo/metro cubo nel livello medio annuo di PM2.5 è legato l’aumento del 5% dei tassi di infezione, corrispondente a 294 ulteriori casi di positività da Covid-19 per 100mila abitanti/anno“.

Il linguaggio è tecnico, ma il significato è alla portata di tutti: le città più inquinate sono quelle in cui il coronavirus colpisce con maggiore facilità.

Un concetto che, fin dall’inizio della pandemia, è stato affermato e ripetuto, ma che solo ora, grazie allo studio condotto dai ricercatori dell’Università dell’Insubria guidati da Giovanni Veronesi, trova conferma scientifica. Al centro dell’attenzione, infatti, c’è un’analisi, riassunta nell’articolo pubblicato dalla rivista Occupational & Environmental Medicine, e condotta sull’intera popolazione adulta di Varese (62.848 persone).

Sottolinea il professor Marco Ferrario, autore senjor del lavoro: «È noto che l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico aumenta il rischio di malattie respiratorie e cardiovascolari, attraverso l’infiammazione persistente e compromissione dell’immunità. Presumibilmente, gli stessi percorsi sono coinvolti nel legame tra inquinamento atmosferico ed incremento nei tassi di infezione da Covid-19».

E aggiunge: «I nostri risultati da soli non sono in grado di stabilire il nesso di causa-effetto, ma forniscono la prima solida prova empirica in merito al legame finora solo ipotizzato che collega l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico con l’incidenza di Covid-19. Per questo meritano una futura generalizzazione in diversi contesti”.

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