Tende nascoste o giacigli di fortuna, vite stabili da anni in luoghi appartati o in continuo movimento da una città ad un’altra, è così che vivono i senza dimora di Gallarate. Molti hanno superato i cinquant’anni, alle spalle spesso una vita regolare, poi un evento improvviso: la perdita del lavoro, una separazione ed è facile scivolare verso il baratro. Altri, invece, rivendicano la strada come spazio di libertà. “Ognuno ha il suo carattere, la sua storia”, spiega, Mariagrazia Rimoldi della CRI di Gallarate, durante la prima uscita della settimana nell’ambito del progetto “Sperare in strada” con cui i volontari si relazionano con i senzatetto rifocillandoli con acqua, the caldo, cibo ma anche con coperte e sacchi a pelo e soprattutto con la volontà di ascoltare le loro difficoltà quotidiane.
Nei pressi di un supermercato, ad attenderli, una famiglia composta da padre, madre e figlio adulto che vivono in una tenda con l'autorizzazione del proprietario del terreno, affiancati poi da altri “utenti occasionali”, anche nuovi volti, fino a 7-8 persone. “Quando arriviamo”, racconta la volontaria CRI, “spesso restano nelle tende perché fa freddo. Li chiamiamo, escono, iniziamo a parlare”.
La seconda tappa è la stazione di Gallarate. Qui l’incontro è più incerto: dipende dai treni, dai collegamenti, dalla possibilità di spostarsi tra Busto Arsizio e la zona di Malpensa o dei laghi. Alcuni arrivano solo per ritirare il sacchetto della colazione del mattino, altri si fermano a parlare prima di ripartire. “Sono spesso persone di passaggio”, racconta Claudio Scotti, volontario CRI e soccorritore in pensione, “c’è chi lavora a Cardano, chi arriva da Rho o addirittura da Stresa. Molti hanno un impiego, anche stabile, ma non trovano nessuno disposto ad affittare loro una casa”. Tra le problematiche di cui vengono a conoscenza i volontari anche la difficoltà per l'ottenimento di documenti come la carta d'identità, ad esempio. Fermata poi sotto il Ponte della Mornera, ma non c'è nessuno neanche nelle zone più nascoste.
Tra i senza tetto esiste una solidarietà forte, quasi familiare: si aiutano a trovare medicinali, si sostengono nei momenti di difficoltà, condividono informazioni sui servizi disponibili. Le tensioni non mancano, ma sono meno frequenti di quanto si pensi. “Fa più notizia il litigio”, osservano i volontari, “che la quotidianità fatta di resistenza e adattamento”.
Per chi presta servizio, l’impatto emotivo è forte. “All’inizio pensi di poter cambiare il mondo”, ammette Emanuela Bellora delegata obiettivo inclusione sociale, “poi capisci che non puoi salvare tutti. Ma quando salti un’uscita e loro se ne accorgono, ti cercano, capisci allora che qualcosa resta”. Proprio per questo la Croce Rossa prevede incontri mensili di supervisione psicologica: spazi di condivisione per elaborare fatica, frustrazione e senso del limite.
Una sera alla volta con la consapevolezza che, anche quando “non si può salvare tutto il mondo”, la presenza costante può fare la differenza, è questo che i volontari della CRI di Gallarate si portano a casa alla fine di ogni uscita.






