Quando a metà degli anni 80 Alberto Reggiori disse alla moglie: “Voglio partire per l’Uganda e lavorare lì, rendermi utile, aiutare quella gente per un po’ di tempo”, lei lo guardò per un momento e poi disse: “Se per te è importante, lo è anche per me”. La famiglia passò così i successivi 8 anni nel cuore lacerato dell’Africa, alle prese con la guerra civile, la povertà estrema, le conseguenze dell’atroce dittatura di Amin Dada. Nacque un ospedale, nacquero chiese, nacque speranza e nacquero anche 3 dei 7 figli di Alberto. Per dire che nell’esperienza di questo medico chirurgo - oggi all’ospedale di Cittiglio, ieri in Uganda, ma anche in Siria, in Iraq, in Albania, ovunque vi fosse il bisogno di ristabilire pace, rifondare i principi base di rispetto per la vita, garantire le basi della salute - a contare più di ogni altra cosa è stato il calore degli affetti, la solidità delle amicizie e dell’intesa coi compagni di missione.
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Reggiori, il medico della speranza
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- Pubblicato il
Matteo Inzaghi
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