(Adnkronos) - Se le edizioni di Russia 2018 e Qatar 2022 erano state accompagnate da durissime polemiche sui diritti umani e sull'uso del calcio come strumento di soft power e 'sportwashing', il Mondiale 2026 – al via giovedì 11 giugno alle 21 italiane con la partita inaugurale tra Messico e Sudafrica – rischia di trasformarsi nel torneo più geopolitico della storia moderna. Per la prima volta la Coppa del Mondo sarà organizzata da tre Paesi insieme – Stati Uniti, Canada e Messico – e vedrà la partecipazione record di 48 nazionali per un totale di 104 partite. Dietro quella che dovrebbe essere la più grande festa del calcio si intrecciano però guerre, crisi migratorie, visti negati, tensioni diplomatiche e rivalità commerciali, con un epicentro ben preciso: gli Stati Uniti di Donald Trump. Con oltre un milione di visitatori attesi, la competizione rappresenterà un banco di prova cruciale per Washington, chiamata a gestire un evento planetario in una fase di forte polarizzazione interna e internazionale. Gli Stati Uniti ospiteranno 78 delle 104 gare in programma e si troveranno in una situazione senza precedenti: per la prima volta nella storia dei Mondiali, il principale Paese organizzatore è coinvolto in un durissimo confronto politico e militare con una delle nazionali partecipanti, l'Iran. L'unico precedente vagamente paragonabile risale al Mondiale del 1974, quando in piena Guerra Fredda la Germania Ovest affrontò la Germania Est nella fase a gironi, venendo sorprendentemente sconfitta ad Amburgo prima di conquistare il titolo mondiale. All'epoca, però, gli organizzatori non dovettero preoccuparsi della presenza dei tifosi ospiti: fu la Stasi a sigillare i confini, impedendo ai sostenitori della Germania dell'Est di attraversare il Muro per seguire la propria squadra.
Il caso dell'Iran nel 2026 è assai più complesso. I giocatori del Team Melli hanno ottenuto i visti statunitensi soltanto a ridosso dell'inizio del torneo, mentre a diversi dirigenti e membri dello staff l'ingresso negli Stati Uniti è stato negato. Una stretta che si inserisce in un quadro già teso, aggravato anche dalle controversie che hanno coinvolto la nazionale femminile iraniana durante la Coppa d'Asia disputata in Australia lo scorso marzo, quando diverse giocatrici subirono pressioni psicologiche per non aver cantato l'inno nazionale da membri della delegazione legati al governo, con alcune che chiesero asilo politico nel Paese. Per ridurre i rischi e scongiurare possibili incidenti diplomatici, la Fifa ha autorizzato l'Iran a stabilire il proprio quartier generale a Tijuana, in Messico. Da lì la squadra attraverserà il confine soltanto per disputare le partite in territorio statunitense. Una soluzione logistica che penalizza inevitabilmente anche i tifosi iraniani, ostacolati dalle restrizione ai visti e - secondo quanto denunciato dalla Federcalcio iraniana - anche dalla scelta del governo Usa di revocare, a pochi giorni dall'inizio del Mondiale, la quota di biglietti destinata ai tifosi della nazionale iraniana per le partite della fase a gironi. Il tabellone potrebbe inoltre regalare uno degli incroci più carichi di significato politico dell'intera storia del torneo. Se Stati Uniti e Iran dovessero chiudere al secondo posto i rispettivi gironi, si ritroverebbero di fronte nei sedicesimi di finale il 3 luglio ad Arlington, in Texas. Il pensiero correrebbe inevitabilmente al 21 giugno 1998, quando a Lione andò in scena quella che venne definita la "madre di tutte le partite". I rapporti diplomatici tra Washington e Teheran erano interrotti da quasi vent'anni e la Guida Suprema Ali Khamenei aveva ordinato ai giocatori iraniani di non stringere la mano agli avversari. Furono allora i calciatori statunitensi a fare il primo passo, mentre le due squadre posarono insieme per una foto storica e si scambiarono rose bianche in segno di pace. L'Iran vinse 2-1 e le strade di Teheran vennero indondate dal popolo in festa, mentre l'ayatollah Ali Khamenei dichiarò: "La vittoria dei nostri giocatori sugli Stati Uniti è una splendida immagine della lotta nazionale dell'Iran in tutti gli aspetti della vita (...) Il forte e arrogante nemico ha ancora una volta assaggiato l'amaro sapore della sconfitta". L'ombra delle politiche migratorie della Casa Bianca si allunga su tutto il torneo. Le restrizioni ai viaggi e i controlli rafforzati introdotti dall'amministrazione Trump non stanno scoraggiando soltanto i tifosi, ma hanno coinvolto direttamente atleti, dirigenti e addetti ai lavori. Nei mesi precedenti al Mondiale, diverse federazioni africane e asiatiche hanno espresso preoccupazione per le procedure di ingresso negli Stati Uniti. Sui social circolano video che mostrano delegazioni, dall'Uzbekistan guidato da Fabio Cannavaro al Senegal, sottoposte a verifiche particolarmente rigide e invasive all'arrivo nel Paese (QUI L'ARTICOLO COMPLETO). Le conseguenze hanno colpito anche alcuni protagonisti del torneo: tra questi l'arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan, respinto dalle autorità statunitensi per ragioni non chiarite. "La Fifa non è coinvolta nei processi di immigrazione del Paese ospitante, inclusa l'assegnazione dei visti, ed è stata informata dalle autorità che lo status del signor Artan non sarà modificato al momento", ha dichiarato la federazione internazionale. Sul fronte della sicurezza, Washington ha stanziato centinaia di milioni di dollari per rafforzare la protezione delle città ospitanti attraverso sistemi anti-drone, misure di cybersicurezza e difesa delle infrastrutture critiche, nel timore di possibili minacce terroristiche o disordini legati alla polarizzazione politica. In Messico, invece, l'attenzione è rivolta soprattutto alla criminalità organizzata: negli ultimi mesi la violenza dei cartelli ha interessato alcune aree coinvolte nella logistica del torneo, spingendo le autorità a dispiegare l'esercito per garantire la sicurezza delle delegazioni. A saldare definitivamente calcio e politica è il rapporto sempre più stretto tra il presidente della Fifa, Gianni Infantino, e Donald Trump. Il numero uno del calcio mondiale ha progressivamente abbandonato ogni parvenza di neutralità, sposando perfino alcuni dei pilastri della retorica trumpiana, come l'aperta ostilità verso i media tradizionali. Memorabile l'incontro nello Studio Ovale in cui Infantino consegnò a Trump un set di cartellini gialli e rossi ironizzando: "Possono servirti con i giornalisti". La sintonia ha toccato il culmine con l'istituzione del neonato Fifa Peace Prize, consegnato proprio a Trump per alleviarne la delusione della mancata assegnazione del Nobel, e per premiare il suo "ruolo strumentale nella risoluzione dei conflitti e per aver salvato migliaia di vite". Da parte sua, Trump si è ripetutamente preso i meriti per portato negli Usa l'evento sportivo più seguito al mondo: "Ho lottato duramente per questo Mondiale, l'ho portato io in America e sarà il più grande evento strutturato nella storia del nostro Paese". Parole a cui Infantino ha fatto eco elogiando pubblicamente la Casa Bianca: "Il presidente Trump ha una visione straordinaria. Senza la sua determinazione ed energia non potremmo organizzare un torneo di questa portata". Dietro le quinte, il torneo si configura come una gigantesca operazione di soft power. Ma se per gli Stati Uniti rappresenta una vetrina commerciale, per la Fifa è anzitutto una macchina da soldi senza precedenti, con ricavi stimati che toccheranno gli 11 miliardi di dollari. L'inedito format a tre nazioni è anche il laboratorio politico che preparerà l'edizione del 2030, assegnata in blocco a Spagna, Portogallo e Marocco (con tre partite celebrative in Sudamerica). Una scelta strutturata per blindare l'alternanza dei continenti e spianare la strada all'assegnazione automatica dell'edizione 2034 all'Arabia Saudita.
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